Sanità , l’allarme dei medici statali “A rischio10.000 interventi chirurgici al giorno”

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ROMA – Ci saranno meno medici, un taglio all’assistenza, 10 mila interventi chirurgici in meno al giorno e più code. La manovra economica colpisce al cuore la sanità  pubblica, e con questa anche i cittadini che vi fanno ricorso: a lanciare l’allarme sono gli stessi medici del servizio sanitario nazionale che con i veterinari, gli assistenti sanitari e gli amministrativi avvieranno fin da oggi un calendario di proteste delle categorie contro i tagli della Finanziaria.

Sulla carta – come promesso dal premier Berlusconi a fine maggio – non ci sono riduzioni dirette al Fondo, ma le sorprese arrivano attraverso due strade, una diretta e l’altra indiretta. La prima, spiegano , passa attraverso il blocco del turnover stabilito per l’intero settore statale e il richiesto dimezzamento dei precari. La seconda, viaggia attraverso i tagli che la Finanziaria ha messo in conto alle Regioni e quindi al welfare sul territorio. Detto in cifre il tutto si traduce in un taglio netto al numero dei medici in servizio (118 mila): il turnover permetterà  che da qui ai prossimi tre anni ci sia solo una nuova assunzione a fronte di cinque uscite. «Fra questa riduzione e il richiesto dimezzamento dei contratti per i precari, entro i prossimi tre anni il servizio sanitario perderà  20 mila medici» spiega Massimo Cozza, segretario della Fp Cgil medici.

L’organizzazione, assieme alla altre del settore pubblico (Annao Assomed, Cimo-Asmd, AAroi-Emac, Fvm, Fassid, Fesmed, Anpo-Ascoti-Fials medici, Sds Snabi, Aupi,Sinafo, Fedir sanità  e Sidirss) organizzerà  oggi un sit-in di protesta in camice bianco davanti a Palazzo Chigi. L’intento delle categorie è far partecipe il cittadino delle conseguenze che avranno sul sistema sanitario i tagli effettuati dalla manovra. Considerata anche la seconda strada, quella dei mancati trasferimenti alle Regioni, le organizzazioni sindacali stimano una riduzione di infermieri e ospedalieri addetti al servizio territoriale di circa 60 mila unità  (entro i prossimi tre anni). «Il che vuol dire – afferma Cozza – che ci sarà  un taglio del 20 per cento nei servizi e nelle prestazioni offerte ai cittadini, e che quindi si allungheranno le liste d’attesa. Non solo: nel momento in cui scompariranno diversi servizi – penso a quelli che molti Comuni garantiscono agli anziani non autosufficienti – sarà  matematico un maggior ricorso di massa alle strutture ospedaliere che dovranno far fronte, con meno uomini, a maggiori richieste».
Ma a subire le conseguenze dei tagli, oltre che i servizi e i tempi d’attesa, saranno anche le prestazioni chirurgiche. Sotto tiro, oltre ai medici, ci sono anche gli anestesisti. «Già  oggi abbiamo carenze in organico pari a 1.500 unità  – afferma Vincenzo Cartino, presidente di Aaroi-Emac, l’organizzazione di categoria che li rappresenta – fra blocco del turnover e tagli ai precari entro i prossimi tre anni ne perderemo altri 2.000. Ciò vuol dire che delle 50 mila operazioni chirurgiche che mediamente si effettuano ogni giorno in Italia, 10 mila sono destinate a saltare». Chiaramente, precisano le categorie, saranno rispettate le priorità  d’emergenza: «A pagare le conseguenze, per quanto riguarda la mancanza di anestesisti, saranno in primo luogo le madri che vorranno partorire con l’epidurale, che dovremo mettere in coda davanti alle emergenze, ma anche gli interventi per l’interruzione di gravidanza» precisa Cartino. «Non dico che siamo al collasso, ma è una caduta a grandi balzi quella che ci aspetta».


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