La ricetta del contro-Cernobbio: ci salveremo con più Stato

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CAPODARCO (Fermo) — E se avessero ragione loro? Se, dopo quattro anni di recessione, avesse ragione chi non si è mai compromesso con la cultura del mercato, con la sua ideologia neo-liberista? In fondo anche Barack Obama, nel paese per antonomasia del libero mercato, ha salvato le banche e l’industria dell’auto con i soldi pubblici. In fondo gli iperliberisti ripiegano dovunque e anche il premio Nobel per l’economia Paul Krugman oggi non fa sconti a chi persevera nelle politiche di austerity. Il dubbio però non aleggia affatto a Capodarco, proprio in quella Comunità  di Don Vinicio Albanesi luogo simbolo di una possibile diversa convivenza tra
normalità  e disabilità , che ospita la contro-Cernobbio dei movimenti di Sbilanciamoci. «Loro a Cernobbio, noi a Capodarco», dicono. Qui, piuttosto, c’è la certezza di una sorta di vittoria morale contro i potenti che stanno sulle rive del Lago di Como. Perché i numeri se non danno loro ragione, di certo non promuovono le manovre contro la crisi globale provocata dalla finanza: ci sono più disoccupati e più imprese in crisi; c’è più diseguaglianza e meno strumenti di protezione sociale; c’è più debito e meno risorse per le politiche di sviluppo. E c’è anche meno democrazia. «C’è l’abdicazione della politica ai mercati. Non era mai successo», dice Luigi Ferrajoli, filosofo del diritto a Roma Tre. «Un fallimento», sintetizza Giulio Marcon, portavoce di Sbilanciamoci,
strano agglomerato di movimenti (circa una cinquantina) del mondo del terzo settore in perenne contaminazione culturale tra cattolici, ambientalisti, pacifisti, neo marxisti. Tutti di sinistra, che vivono soprattutto nel web e scrivono (alcuni) sul Manifesto. Molto orgoglio, tipico di chi vuole restare minoranza. Giovani sì, ma soprattutto quaranta e cinquantenni. Tanta economia, miscelata con il sociale, che permette a Sbilanciamoci ogni anno di presentare la sua legge di Bilancio con tanto di coperture. I più citati sono Joseph Stiglitz (anch’egli Nobel per l’economia), Krugman, e poi Luciano Gallino, sociologo del lavoro. La parola che si ascolta di più è pubblico, per la scuola, il welfare, l’industria. Pubblico versus privato.
Questa è la decima edizione della Cernobbio alternativa. Cinque sessioni plenarie, sette gruppi di lavoro, due tavole rotonde, oltre settanta relatori. In contemporanea con il workshop dello Studio Ambrosetti. Ma è tutta un’altra cosa. Qui si ribalta il punto di vista del “pensiero unico”: dalle risorse che ci sono (i patrimoni privati, i miliardi destinati alle spese militari); alla crisi del mercato dell’auto che è crisi di un modello di consumo che ci porta ad avere 1,4 auto per ogni patente. Mario Monti qui è solo l’espressione della «tecnocrazia», non il possibile successore di se stesso a Palazzo Chigi. Il montismo è la versione italica del liberismo. Dice Nichi Vendola, che ieri ha chiuso la seconda giornata del Forum, accolto quasi da leader tanto da obbligare gli organizzatori a spostare il dibattito dalla sala principale al terrazzo con vista sull’Adriatico: «Le risposte di Monti alla crisi provocata dalla dittatura del liberismo sono state come quelle della destra». Del governo Monti il solo a salvarsi a Capodarco è Fabrizio Barca. Le sue piccole opere pubbliche creerebbero 500 mila posti di lavoro, dicono. Ritorno a Keynes.


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