L’Unesco: benvenuta Palestina

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GERUSALEMME. «Benvenuta Palestina nella casa dell’Unesco». Mentre, ieri a Parigi, Irina Bokova, direttrice generale dell’Unesco, pronunciava queste parole, il presidente dell’Olp Abu Mazen sorrideva soddisfatto. Annuendo felice quando Bokova ha aggiunto «l’adesione della Palestina all’Unesco sarà  una grande chance per costruire la pace e la sicurezza tramite la scuola, la cultura e la scienza». Così ieri, per una volta, hanno gioito tutti i palestinesi, senza distinzioni politiche. La Palestina è ufficialmente il 195esimo membro dell’Unesco e la bandiera di questo Stato, sotto occupazione militare israeliana, è stata issata al quartier generale dell’Unesco. «È un momento storico e commovente per me e per il mio popolo vedere la nostra bandiera issata qui all’Unesco, insieme alle bandiere degli altri Stati membri. La Palestina rinasce oggi», ha commentato Abu Mazen, rispondendo alle domande dei giornalisti. Meno felici sono in queste ore il premier israeliano Netanyahu e il presidente americano Obama. Entrambi hanno cercato di impedire il «sì» dell’Unesco alla Palestina e hanno anche tagliato i loro finanziamenti (oltre 60 milioni di dollari) all’agenzia Onu.
Tuttavia l’entusiasmo di Abu Mazen è giustificato fino ad un certo punto. L’obiettivo principale dell’iniziativa diplomatica lanciata a settembre – l’adesione della Palestina alle Nazioni Unite – si è arenata al Consiglio di Sicurezza, dove i dirigenti palestinesi non hanno ottenuto i nove voti su 15 necessari. Ora Abu Mazen e i suoi uomini aspettano che cambi la composizione del CdS per ritentare la carta dell’adesione. Le possibilità  però restano minime (incombe il veto Usa) e, al momento, la prospettiva più concreta è il riconoscimento da parte dell’Assemblea Generale della Palestina come «Stato non-membro», simile a quello del Vaticano. Certo, è un passo in avanti, ma in ogni caso sarebbe un risultato largamente inferiore alle aspettative generate dai proclami del presidente dell’Autorità  Nazionale.
E se Abu Mazen a settembre credeva di poter consolidare il consenso nei Territori occupati, grazie alla sfida diplomatica lanciata a Israele, poi ha dovuto fare retromarcia di fronte al forte recupero di popolarità  ottenuto dal movimento islamico Hamas con lo scambio del18 ottobre tra circa 500 detenuti politici palestinesi e il soldato israeliano Ghilad Shalit. Popolarità  destinata a salire ancora poichè entro la fine del mese dovrebbe concretizzarsi la seconda fase dello scambio di prigionieri con la scarcerazione da parte di Israele di altri 550 palestinesi.
Ma il punto più debole della strategia di Abu Mazen di riconoscimento della Palestina sta nel fatto che sul terreno continua a non cambiare nulla e la vita quotidiana dei palestinesi resta un inferno. I territori del futuro Stato indipendente – Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est – sono saldamente nelle mani non tanto delle forze militari di occupazione ma di quelle dei coloni israeliani che dettano legge persino al proprio esercito. Ieri all’alba un gruppo di 50 settler ha vandalizzato una base delle forze armate nei pressi di Tulkarem mentre un gruppo di religiosi nazionalisti è penetrato nella città  palestinese di Nablus, entrando nella cosiddetta Tomba di Giuseppe. Qualche ora prima altre decine di coloni avevano violato un’area militare, all’altezza di Qasser al-Yahud (Gerico), vicina al confine con la Giordania, per protestare contro la decisione del governo di congelare (per il momento) il progetto del Comune di Gerusalemme di abbattere la passerella di legno che dall’area del Muro del Pianto porta alla Spianata delle Moschee, in seguito alle proteste palestinesi e di diversi paesi islamici.
Ma è solo un atto simbolico perché nella politica quotidiana il governo del premier Netanyahu procede nel solco ultranazionalista. Due giorni fa il ministero della difesa ha confermato il via libera definitivo alla costruzione di 40 case nella colonia di Efrat, vicino Betlemme, un progetto che espande ulteriormente il blocco di colonie di Gush Etzion. In caso di annessione a Israele di Efrat, Betlemme sarebbe tagliata dal sud della Cisgiordania. A Qalqilya infine, riferiva ieri l’agenzia stampa palestinese Maan, coloni avrebbero lanciato sassi contro un’automobile araba ferendo un bambino.


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