Pace fatta su Christiania

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Una soluzione perfetta, secondo Politiken, che nell’accordo vede addirittura un qualcosa di “puramente buddista: una sintesi di pace, armonia ed emancipazione”. L’accordo segna la “capitolazione della Danimarca conservatrice”, sottolinea il quotidiano progressista, pur rendendo omaggio al “necessario pragmatismo” mostrato dal ministro delle finanze liberale Claus Hjort Frederiksen, dopo anni di lotta a colpi di simboli condotta dal governo.

Il pragmatismo dell’accordo è evidenziato anche da Berlingske, secondo cui “la distruzione di Christiana, che sarebbe in linea di principio la soluzione giusta in uno stato di diritto, avrebbe molto probabilmente scatenato una sorta di guerra civile. E di conseguenza si sarebbe creato un profondo solco di sfiducia tra la popolazione e le autorità “. A ogni modo il quotidiano conservatore mantiene una posizione fondamentalmente critica: “per 40 anni gli abitanti di Christiania hanno vissuto come parassiti sulle spalle degli altri cittadini per realizzare la loro cosiddetta libertà . Una libertà  privata che non può essere ricompensata”.

Un giudizio simile è espresso da Jyllands-Posten, secondo cui l’accordo è sostanzialmente un furto, perché Christiania è stata fondata su un terreno vacante nel 1971 e nessuno ha mai pagato niente. Inoltre il prezzo stabilito per gli abitanti – 10,2 milioni di euro, 469 euro al metro quadro – secondo il quotidiano è troppo basso. “Tutto questo dimostra che se il furto è abbastanza grande il crimine viene perdonato”, attacca Jyllands-Posten, ricordando che Christiania è diventata nel tempo uno snodo della vendita di droga, e avanzando la speranza che l’accordo con il governo possa portare a una legalizzazione della comune a tutti i livelli: “che lo spaccio finisca e che la polizia possa fare il suo lavoro, che gli abitanti di Christiania rinuncino alla protezione ossessiva della loro vita priva


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