Trump rimette le sanzioni contro l’Iran, ma l’Europa fa scudo

Trump rimette le sanzioni contro l’Iran, ma l’Europa fa scudo

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Alle 06.01 di ieri mattina, ora italiana, sono rientrate in vigore le sanzioni statunitensi all’Iran, accompagnate dalle minacce a mezzo mondo del presidente Trump: «Chi intratterà rapporti commerciali con l’Iran, non farà affari con gli Stati uniti», ha tuonato su Twitter, come d’abitudine, per poi annunciare nuove restrizioni il 4 novembre nel settore petrolifero con l’obiettivo dichiarato di ridurre l’export iraniano a zero. Il tutto, dice, in nome della «pace nel mondo».

A Teheran usano un altro linguaggio: «Guerra psicologica». A reagire è il presidente iraniano Rouhani. Apparentemente indebolito dalla brutale politica Usa, che ha effetti devastanti sull’economia iraniana, ora vede il paese cementarsi di fronte alla guerra fredda americana.

Significativo sostegno arriva dall’Unione europea che, conscia dei danni che le sanzioni made in Usa arrecano alle aziende del vecchio continente, alza l’asticella dello «scontro»: Bruxelles ha invitato le compagnie europee a continuare a fare affari con l’Iran, paese che alla voglia di aprirsi al mondo aggiunge un mercato enorme e succulento per gli imprenditori nostrani.

Ma l’insidia è dietro l’angolo. Teheran rischia, e con lei la sua leadership. Da ieri all’Iran è vietato commerciare in dollari e oro mentre le aziende locali perderanno subito una fetta importante di esportazioni.

Alcuni esempi: 424 milioni di dollari in vendita di tappeti (5.400 tonnellate di prodotto, il 30% del mercato mondiale); 852 milioni in esportazioni di pistacchio (96mila tonnellate); 1,37 milioni in caviale. E poi ci sono le perdite per le aziende Usa, come Boeing, multinazionale con contratti da 20 miliardi di dollari congelati con IranAir e Aseman Airlines (a cui si aggiungono i 19 miliardi dell’europea Airbus).

Si chiude così il cerchio che Trump ha iniziato a disegnare non appena varcata la soglia della Casa bianca: dopo aver tenuto il mondo in sospeso per mesi, l’8 maggio scorso ha annunciato l’uscita degli Stati uniti dall’accordo sul nucleare civile siglato dal 5+1 con Teheran nel luglio 2015, una vittoria diplomatica per l’amministrazione Obama e per l’Ue.

Si torna indietro di tre anni sebbene l’Iran non abbia violato l’intesa, come certificato dalle agenzie preposte. A Trump interessa poco. Gli interessa ancora meno rivedere l’accordo come insiste nel dire ai contrariati leader europei.

Quel che il tycoon vuole è uno stato di guerra (più o meno fredda) permanente in Medio Oriente, che faccia felici gli alleati storici, israeliani e sauditi, protagonisti di un conflitto a bassa intensità che in Siria e Yemen si fa guerra vera.

Per questo l’«invito» dell’amministrazione Trump a sedere al tavolo del negoziato è rispedito al mittente: «Se accoltelli una persona e poi gli dici che vuoi negoziare – ha detto lunedì Rouhani – prima devi rimuovere il coltello. Negoziati con le sanzioni non hanno senso».

A fare scudo al coltello restano Russia, Cina e Europa. «Siamo determinati a proteggere gli operatori economici europei nel business legittimo con l’Iran – ha detto l’alto rappresentante Ue agli affari esteri, Federica Mogherini, in una nota co-firmata da Gran Bretagna, Francia e Germania – Incoraggiamo le piccole e medie imprese a incrementare il business con l’Iran».

Non solo: chi si ritirerà per paura delle sanzioni Usa, dovrà chiedere il permesso alla Commissione europea. In ballo ci sono contratti già firmati da miliardi di dollari, nelle costruzioni, il turismo, le infrastrutture, il mercato automobilistico.

Ma soprattutto c’è la vita degli iraniani: con il rial che crolla, non sono poche le aziende iraniane che trasferiscono i capitali all’estero, intaccando un’economia già provata.

* Fonte: Chiara Cruciati, IL MANIFESTO

photo: By Elvert Barnes from Hyattsville MD, USA (58.NoWarOnIran.WhiteHouse.WDC.4February2012) [CC BY-SA 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0)], via Wikimedia Commons



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