Cisgiordania. Violenze dei coloni israeliani, ucciso palestinese 17enne
Supera i 180 il bilancio delle vittime palestinesi dal 7 ottobre. Ancora violenze dei coloni nei villaggi a sud. E a Hebron l’esercito israeliano demolisce le case di due prigionieri
Ieri è stato giorno di funerali a Jenin, più affollati dai tempi della seconda Intifada. Affollati di salme, oltre che di partecipanti: a essere sepolti sono stati i 14 palestinesi (tra loro quattro bambini tra i 13 e i 17 anni) uccisi giovedì nel più violento raid dell’esercito israeliano degli ultimi due decenni, terminato con uno scontro a fuoco tra soldati e combattenti palestinesi.
Un bilancio del genere non si raggiungeva dal 2005, in piena Intifada. I corpi degli uccisi, avvolti nelle bandiere di appartenenza politica (la gialla di Fatah, la verde di Hamas, la rossa del Fronte) o in quella della Palestina, hanno attraversato il campo profughi mentre i combattenti a volto coperto sparavano in aria.
SONO 183 gli uccisi in Cisgiordania (l’ultimo ieri nel campo profughi di Aida, a Betlemme, un ragazzino di 17 anni, Mohammad Ali Mohammad Azya) dal 7 ottobre scorso, dall’attacco di Hamas su territorio israeliano e l’uccisione di 1.400 tra civili e militari.
A Gaza muoiono a centinaia ogni giorno, in Cisgiordania la tensione è altissima: raid militari, arresti di massa, violenze dei coloni. Solo ieri sono stati circa 90 i palestinesi arrestati nell’enclave orientale palestinese, portando il totale in poco più di un mese ben oltre i 2.400. È successo di nuovo all’alba, con incursioni dentro decine di case e la distruzione delle porte e dei mobili.
Se i leader politici palestinesi dentro Israele arrestati giovedì – Mohammad Barakeh, Sami Abu Shehadeh, Mtanes Shehadeh, Yousef Tartour e Hanin Zoabi – sono stati rilasciati, in Cisgiordania alle violenze dell’esercito si uniscono quelle, ininterrotte, dei coloni. In particolare a sud di Hebron dove di nuovo ieri un gruppo armato è entrato nei campi dove i palestinesi raccoglievano le olive distruggendo gli alberi del villaggio di Tiwana. Comunità beduine vicine hanno subito invece la distruzione di pompe d’acqua e automobili.
L’ALTRA FORMA di punizione collettiva, tra le più utilizzate in Cisgiordania e a Gerusalemme e tra le più criticate dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani, è stata la demolizione delle case di due prigionieri palestinesi nella città di Dura, alle porte di Hebron.
Sono state distrutte le abitazioni delle famiglie di Mohammad Al-Shantir e Saqer Al-Shantir, entrambi arrestati alla fine dello scorso agosto con l’accusa di aver sparato lungo la Road 60, nei pressi di Hebron, contro un gruppo di coloni israeliani, uccidendo una donna di 40 anni.
* Fonte/autore: Chiara Cruciati, il manifesto
ph b y MohmmadRjab, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons
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