Un Pd supermarket cerca credito anche tra i cattolici

by Sergio Segio | 12 Gennaio 2013 7:14

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Alla base dell’operazione si intravede soprattutto la negazione del leaderismo degli ultimi diciannove anni. Per paradosso, il candidato più forte a Palazzo Chigi, Bersani, non ha voluto che comparisse il suo nome sul simbolo. E, per quanto parzialmente smentite nelle liste, le primarie hanno accentuato questo processo.
È la conferma della volontà  di affermare un modello di potere collegiale; e di archiviare l’altro che non solo non ha funzionato ma ha consegnato l’Italia per anni al carisma berlusconiano. Quando il leader del Pd rivendica il ruolo di «lepre» non pensa tanto al vantaggio nei sondaggi, ma all’intuizione che una fase è finita e se ne sta già  vivendo un’altra: nonostante il vecchio «Porcellum» tenda a fossilizzare gli schieramenti del 2008. Il problema è che il fallimento della riforma elettorale rende il «supermarket» del centrosinistra un azzardo, più che un’opportunità . Il bipolarismo vecchio stile ingigantisce le posizioni di rendita e regala alleanze disomogenee.
La tentazione di leggere l’intesa Pd-Sel con le lenti del passato, e dunque assimilarla alla vecchia Unione, è forte. E l’idea che i fantasmi dell’instabilità  siano esorcizzati dalla «carta di intenti» sottoscritta da Bersani con Nichi Vendola, non convince molto. Anche se sarebbe ingiusto ignorare lo sforzo e il tentativo di prefigurare una sorta di nuovo interclassismo, sfruttando le fratture che si sono prodotte nel blocco sociale del centrodestra; e approfittando dei limiti e insieme dei vantaggi che la tanto vituperata «austerità » del governo di Mario Monti ha mostrato. Sono le conseguenze di una «strategia della pazienza» che Berlusconi non è riuscito a perseguire fino in fondo, al contrario della sinistra.
Strattonato dalle tensioni nel Pdl per la leadership e dalla pressione esterna esercitata dall’ex e adesso nuovo alleato leghista, il Cavaliere alla fine ha strappato. E adesso è costretto a inseguire. Bersani, invece, all’ombra di Monti ha rinsaldato i rapporti col sindacato di riferimento, la Cgil, e con parte della Confindustria. Sta tentando di attenuare le diffidenze corpose che in gran parte dell’Europa e in Usa accompagnano la prospettiva di un governo guidato da lui. E si è spinto su un terreno considerato fino a qualche tempo fa un tabù per la sinistra: il mondo cattolico. Era un arcipelago associato durante la Seconda Repubblica al berlusconismo; e da un anno a questa parte calamitato dal montismo allo stato nascente.
Ma il fallimento del Forum dei cattolici di Todi ha confermato l’impossibilità  di unificare quei movimenti. Il rapporto preferenziale fra le gerarchie ecclesiastiche e Berlusconi è archiviato, dopo la ricandidatura: al punto che il suo accenno, smentito dopo qualche giorno, ad un «sì» alle unioni omosessuali è stato letto come una vendetta contro una Chiesa «ingrata». Su Monti, invece, l’apertura di credito rimane, seppure più guardinga di qualche settimana fa. Ma mentre prendevano forma le liste centriste, gli arruolatori di Bersani hanno trovato dei vuoti imprevisti; e ci si sono infilati, mettendo in ombra le ambiguità  vistose presenti nell’operazione. Il supermercato della sinistra prevede dunque anche scaffali cattolici. I vescovi non possono che stare a guardare, scettici.

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