Tenute agricole e quote in vendita per mantenere il potere allo sportello

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Bei tempi, ormai passati. Un anno fa la Fondazione è stata costretta a vendere anche il 33% della tenuta di Fontanafredda, che un tempo apparteneva alla banca. Ha comprato Oscar Farinetti, fondatore della catena Eataly. Ma l’incasso, 32 milioni, non è servito che a coprire il 5 per cento dei debiti fatti per partecipare a un aumento di capitale del Monte deciso quando già  la situazione stava precipitando. 
Non ha sulla coscienza quella cessione Marco Parlangeli, ex direttore generale della Fondazione. È stato dimissionato prima di quell’assurda (ed evidentemente discussa) decisione di partecipare all’aumento di capitale, costato a un ente senza scopo di lucro ben 1.090 milioni. Il secondo salasso miliardario in tre anni. Perché in occasione della costosissima acquisizione dell’Antonveneta la Fondazione aveva già  scucito senza battere ciglio più di due miliardi e mezzo. Ma se allora non era necessario indebitarsi e svuotare la cassaforte, tre anni dopo era tutto cambiato. Così gli attivi della Fondazione si sono praticamente ridotti al solo 33,5% del Monte. Ha venduto la tenuta agricola. Poi la partecipazione in Intesa Sanpaolo, per 119 milioni. Quindi le azioni di Mediobanca: altri 50 milioni. La cessione più dolorosa, però, è stata quella della quota nella Cassa depositi e prestiti: i 94 milioni e mezzo incassati non valgono l’uscita dalla stanza dei bottoni. 
L’ingresso risale a otto anni fa. Era accaduto quando il superministro dell’Economia Giulio Tremonti e il capo dell’Acri e della fondazione Cariplo Giuseppe Guzzetti avevano firmato il trattato di pace dopo una sanguinosa guerra di due anni. Gli accordi prevedevano l’acquisizione da parte delle fondazioni del 30% delle azioni della Cassa depositi e prestiti. Un affare d’oro, per i 66 enti che sono tuttora nel capitale. Intanto perché hanno già  ampiamente recuperato con i ricchi dividendi assicurati dalla banca del Tesoro l’investimento iniziale. Ma soprattutto perché hanno le mani su una fetta dei più grandi e redditizi asset pubblici. La Cassa è azionista di società  quotate come Eni, Terna e Snam. E possiede pure Sace e Fintecna, erede dell’Iri. Una recente modifica statutaria ha inoltre formalizzato la prassi che consente alle fondazioni di indicare il presidente della banca. La scelta del rappresentante legale della Cassa depositi e prestiti spetta quindi a Guzzetti, ex Dc, al vertice dell’Acri da 12 anni.
Sarà  lui a decidere o meno, il prossimo aprile, la riconferma dell’ex ministro Franco Bassanini. Milanese di nascita, è stato eletto nel 2001 senatore a Siena, e quando si è trattato di scegliere da quale parte stare non si è mai tirato indietro. Scocciato dalle ripetute insinuazioni circa il suo attivismo, un giorno del 2005 ha tenuto a precisare: «Non mi sono mai, dico mai, occupato della Fondazione o della banca Monte dei Paschi, se non per sostenere o appoggiare le posizioni e le scelte di queste istituzioni senesi, dei loro amministratori e dei loro azionisti istituzionali, d’intesa con loro e su loro richiesta. Ho ritenuto doveroso farlo in quanto senatore eletto a Siena». Ed è difficile credere che il suo arrivo alla Cassa sia stato accolto con indifferenza dalla fondazione che nell’elenco soci figurava, fin quando c’è stata, al secondo posto subito dopo il ministero dell’Economia. 
Il paradosso è che proprio mentre si sfarina il potere della più potente delle fondazioni, mai la loro corporazione è stata così forte. «Non vedo assolutamente l’eventualità  di cedere quote bancarie», ha detto Guzzetti a Repubblicaqualche mese fa. Frase che avrebbe fatto fare un salto sulla sedia, vent’anni fa, a Giuliano Amato, padre della riforma il cui presupposto era che le fondazioni, una volta scorporate le banche, ne avrebbero ceduto le quote per dedicarsi a interventi sociali. Ma a farle divorziare davvero non ci è riuscito nessuno: né Lamberto Dini, né Carlo Azeglio Ciampi, né Tremonti. 
L’ultimo tentativo l’hanno sventato nel dicembre 2006. Una norma che limitava al 30% il diritto di voto delle fondazioni nelle assemblee bancarie, pillola avvelenata destinata al Monte che il senatore Udc Maurizio Eufemi aveva fatto passare a fine 2005, fu spazzata subito via dal rientrante governo di centrosinistra. Visibilmente sollevato, il presidente della fondazione Montepaschi Gabriello Mancini sparse zucchero a 360 gradi. Dedicando un ringraziamento «particolare all’onorevole senese Franco Ceccuzzi (futuro sindaco di Siena, ndr), che tanto si è adoperato affinché questa norma iniqua venisse abrogata». Da non credere che i due, oggi, siano l’un contro l’altro armati
Sergio Rizzo


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