La Genova rimossa di Ingroia

by Sergio Segio | 20 Gennaio 2013 9:13

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Due sono gli stati d’animo prevalenti, virgolettiamoli: «Questo abbiamo, questo ci dobbiamo tenere…» (militante sconsolato) oppure «Lascia stare, ché se potessi parlare…» (militante incazzato). In politichese si chiamano malumori o mal di pancia (e il molle Ambrosoli questa volta non c’entra niente). Sono sentimenti che rimangono sotto traccia per non complicare il cammino della nuova forza politica che si sta guadagnando spazi – e buoni sondaggi – che prima sembravano inesistenti: la Rivoluzione Civile dell’ex magistrato palermitano. Insomma, polemizziamo pure, ma senza farci del male.
La pietra dello scandalo, qui in Lombardia, è una vecchia conoscenza, si chiama Antonio Di Pietro: il nuovo «leader» Ingroia, per fargli posto nel collegio di Milano e sistemarlo su una comoda poltrona alla Camera, ha sacrificato Vittorio Agnoletto, lo storico rappresentante della sinistra milanese e dei movimenti che – per restare nel simbolico e non solo – sono stati letteralmente massacrati dalla polizia durante il G8 di Genova (e anche dopo). Una bocciatura che, si mugugna, è arrivata dopo una votazione dell’assemblea milanese di «Cambiare si può» che aveva indicato quasi all’unanimità  Agnoletto come candidato. L’indicazione sembrava essere stata accolta dallo stesso Ingroia, poi la pugnalata alla spalle.
Chi non mugugna – anche se viene sostanzialmente ignorato – è il presidente del consiglio comunale di Milano, Basilio Rizzo, altra storica figura di riferimento della sinistra milanese. L’altro giorno ha scritto una lettera piena di domande – sottoscritta da Emilio Molinari, Franco Calamida e Anita Sonego – per ottenere «risposte civili». Toni duri, a partire dal titolo Umiliata la storia della sinistra e dei movimenti milanesi. Scrive Rizzo: «Siamo ancora increduli e sicuri di non essere smentiti da nessuno se sosteniamo che ciò che sta succedendo con le candidature di Rivoluzione Civile a Milano non ha precedenti nella storia di questa città . E’ possibile avere delle risposte in primis da Antonio Ingroia? Lo riteniamo doveroso e crediamo di poterlo chiedere per la nostra storia che è quella di migliaia di cittadini che si attendono una svolta. Perché, per quali ragioni, le candidature di Milano sono state tutte decise ad un ristretto tavolo centrale? Perché, per quale ragione, si è voluto umiliare una importante storia di sinistra, dei movimenti, dell’ambientalismo, della solidarietà , dell’associazionismo milanesi?». Concludendo, «per favore ci siano risparmiati arroganti e indifferenti silenzi che non fanno onore e ci siano date delle risposte civili». Risposte? Zero. «Sono mortificato – dice Rizzo – dove non sono riusciti i nostri nemici rischiano di riuscire i nostri amici, questa mossa è come il tentativo di cancellare una storia. Se solo Ingroia avesse alzato il telefono per chiamare chiunque a Milano avrebbe capito. Dovrebbe anche capire che i voti non arrivano per caso».
Anche Luciano Muhlbauer, esponente di spicco del Prc milanese e candidato nella lista Etico a Sinistra di Andrea Di Stefano, continua a non capire il perché di questa scelta sconsiderata. «Inutile negarlo – spiega – a Milano il disagio è molto forte, non si capisce quale sia il ragionamento che ha portato a questa scelta: si è tolto un candidato milanese con una certo profilo per sostituirlo con un altro di profilo opposto». Già . Perché Antonio Di Pietro per una certa sinistra – verrebbe da dire «neo ingroiana» – non è certo un candidato qualsiasi: è lo stesso che si è sempre opposto a una commissione d’inchiesta parlamentare sulla «macelleria messicana» di Genova, per esempio. E proprio quella ferita ancora aperta, e più in generale una mancata riflessione sulle violenze della polizia, potrebbe rappresentare un nervo scoperto anche per Ingroia, e provocare un certo imbarazzo tra le forze politiche che lo sostengono. Lo dicono altre due candidature (non lombarde). Quella dell’ex segretario nazionale del Silp-Cgil, il poliziotto Claudio Giardullo, che si è già  espresso contro il reato di tortura in Italia e che non gradisce il casco con il numero identificativo per i poliziotti, e quella dell’avvocato Luigi Li Gotti, ex Idv e difensore di Francesco Gratteri, l’ex capo dello Sco condannato dalla Cassazione lo scorso luglio per i fatti della scuola Diaz.
Non sarà  tutta colpa di Ingroia, ma nel complicato puzzle delle condidature qualche tassello sicuramente è finito fuori posto.

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