L’ALIENAZIONE DEI BALCANI

by Sergio Segio | 15 Settembre 2012 9:00

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Slovenia a parte — e pur considerando che per l’anno prossimo è previsto il battesimo della Croazia quale ventottesimo Stato dell’Unione — la Serbia, maggiore fra le repubbliche jugoslave, e la Bosnia, epicentro dei conflitti di successione post-titina, appaiono ancora molto lontane dall’adesione. Per tacere di Macedonia, Montenegro e Kosovo (non riconosciuto da diversi Stati dell’Ue oltre che dalla maggioranza dei paesi dell’Onu). E della stessa Albania, che negli anni Novanta qualcuno amava dipingere come “ventunesima regione italiana”. Ciò che è più grave, fra le opinioni pubbliche d’Oltre Adriatico si è diffuso negli anni un senso di scetticismo sulla costruzione europea, al confine con la rassegnazione. Sentimento giustificato anche dal disinteresse ostentato a Bruxelles e nelle grandi capitali europee, Berlino e Parigi in testa, per l’integrazione dei Balcani occidentali nello spazio comunitario. Tendenza che si esprime nella più generale sfiducia nella politica, documentata dalla modesta partecipazione popolare alle elezioni nelle repubbliche post-jugoslave. Perfino in Croazia, il voto sull’adesione all’Ue non ha mobilitato più del 43,5% degli aventi diritto, dei quali il 66,2% ha detto “sì” a Bruxelles, mentre in Serbia appena il 46,2% degli elettori è andato alle urne per scegliere il presidente della Repubblica. Quanto alla Bosnia, siamo ancora fermi al quadro di Dayton, l’accordo che consentì di sigillare la non-guerra ma non di costruire uno Stato effettivo e legittimato al posto dell’attuale caos geopolitico-istituzionale. Il caso ex jugoslavo è illustrativo anche della disaffezione comunitaria rispetto alla prospettiva di nuovi “allargamenti” a sud-est. Non si può certo affermare che l’adesione di Romania e Bulgaria abbia contribuito a migliorare la fama dei Balcani in Europa. E alcuni si chiedono se non assisteremo in futuro all’“allargamento” dei Balcani piuttosto che a quello dell’Ue, con il ritorno della Grecia dal vincolo comunitario al suo ambiente geopolitico originario. A Churchill è attribuito il celebre detto per cui “i Balcani producono più storia di quanta ne possano consumare”. È il caso di chiedersi se questa molto britannica definizione non debba estendersi all’intero continente, che nell’eurocrisi riscopre gli stereotipi sui “caratteri nazionali” di questo o quel popolo e pare ridividersi lungo una poco promettente linea di faglia Nord-Sud (“cicale” contro “formiche”, “virtù” contro “vizio”, stando alle formule correnti in Germania e in altri paesi settentrionali). I primi a soffrire del rattrappimento della prospettiva europea, parallelo alla emarginazione dei Balcani occidentali, siamo noi italiani. Ma preferiamo non pensarci, presi da altre urgenze, in attesa che siano i fatti a richiamarci alle nostre responsabilità .

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