La democrazia delle parole nel gioco politico

by Editore | 28 Luglio 2012 9:22

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«Una democrazia vive se la parola è operante, se cioè la critica, la denuncia, l’argomentazione, la domanda di verità  non passano senza lasciare un segno. E solo in questo clima la parola giusta non si confonde con la parola ingiusta o calunniosa o vuota». In questi termini Italo Calvino stabilisce un importante rapporto tra qualità  della democrazia e parola critica, tra democrazia e parole che non confondono i significati, tra democrazia e qualità  del discorso pubblico. Lo fa, come tutti i grandi anticipatori, nel momento in cui il fenomeno comincia a diventare componente preoccupante del discorso pubblico, quando il linguaggio politico comincia a eludere le «cose reali». Quando la genericità  degli accostamenti concettuali si trasforma quasi inevitabilmente in menzogna no, il discorso «tende a diventare «generico cioè menzognero». Se usiamo le note sul linguaggio politico di Calvino come misura della qualità  della democrazia oggi, non possiamo che prendere atto di una crisi assai profonda. Qualche giorno fa, su questo giornale, ho sostenuto che persino le riflessioni problematiche di una personalità  intellettuale di alto livello, come Mario Tronti, possono dar adito a ricadute di esercizio retorico finalizzate all’immediatezza della manovra elettorale.
Che politici, uomini di potere, come esemplificavo in quell’articolo, utilizzino, peraltro tramite una retorica assai povera, soprattutto ripetitiva, l’indeterminatezza delle parole per sfuggire al peso delle cose è, ormai, prassi consueta.
Vi sono però tentativi di dare sostanza intellettuale ad una proposta politica che è la medesima degli uomini di potere citati, tramite una retorica meno primitiva, una retorica fatta di riferimenti culturali alti, una retorica che però, tramite «genericità », rientra perfettamente nelle «menzogne» così come sono definite dalla formulazione di Calvino. Proprio il compagno di banco del grande scrittore, Eugenio Scalfari, si è profuso, da par suo, in questo esercizio di uso linguistico. (“Da Gramsci.a Einaudi per rifondare il paese”, la Repubblica)
L’orizzonte della proposta di Scalfari è, nella sostanza, lo stesso indicato dal politico – uomo di potere di cui si è detto. Certo il fondatore di Repubblica ha l’accortezza di non usare termini come «moderati» e «progressisti» e bensì quelli di «centro» e «sinistra». Uguale però è l’indeterminatezza: di fatto si tratta di sinonimi. Del resto «centro» e «sinistra» devono rifarsi, come vedremo meglio in seguito, a comuni letture, comuni maestri. Se mediteranno bene quelle lezioni – argomenta lo scritto – si accorgeranno che «la loro stessa natura è identica».
Indicativa l’espressione: «Pd con Vendola in pancia». Non so se Vendola si senta offeso o meno. È un fatto che per ora Sel dice cose, e non marginali, opposte rispetto a detti e soprattutto fatti del Pd, ma Scalfari confida che, al momento opportuno, un efficace uso della retorica senza prova possa amalgamare tutti nell’ambito della «identica» natura. Una natura che deve essere «radicalmente riformista».
Si tratta di una affermazione assai impegnativa. Una affermazione con la quale, a vista, chi scrive queste note non può non concordare. Ragionando sul riformismo, infatti, e ragionandovi dopo la conclusione di una fase storica, mi sono trovato ad indicare non tanto una teoria del riformismo, che allo stato attuale il termine teoria è troppo impegnativo, quanto una ipotesi interpretativa.
Un tentativo d’interpretazione più generale che, se fondato, può favorire una nuova stagione confronto politico non più legata alle dicotomie riformismo/ rivoluzionarismo, riformismo/massimalismo, riformismo/comunismo, direttamente mutuate da una fase storica connotata proprio attraverso l’utilizzazione di tali coppie oppositive.
In questa prospettiva appare fondata le seguente tesi: nella lunga storia del movimento socialista ed operaio il riformismo è stato l’ordinaria normalità , la normalità  strutturale, delle pratiche organizzative e politiche. Le rivoluzioni in atto, non il discorso sulla rivoluzione, ne sono state le contingenze extraordinarie, le cesure dell’ordinario svolgimento strutturale.
Sostenere la extraordinarietà  della rivoluzione nei confronti della ordinarietà  strutturale del riformismo socialista non ha niente a che vedere con la teoria degli «slittamenti» introdotta a proposito della fase robespierrista della «Grande Rivoluzione» e poi, esplicitamente o implicitamente ripresa da numerosi nuovi ed improvvisati filosofi della storia, convinti dell’esistenza di una sola via razionale per lo sviluppo storico: la razionalità  dell’homo oeconomicus. Le rivoluzioni, dunque, le pochissime vere rivoluzioni, non rappresentano nessun slittamento dalla via giusta, dalla via diritta, dalla ortodossia, rappresentano le possibilità  aperte, le libertà  della storia. Le libertà , com’è noto, sono aperte anche ai rischi. Le libertà  possono fiorire improvvisamente in contesti aridi. Le libertà  possono appassire. Possono e non possono lasciare semi.
La extraordinarietà  della rivoluzione non si manifesta senza lasciare segni sulla ordinarietà  del riformismo, esattamente come lo stato di guerra sconvolge l’ordinario stato di pace. Le logiche dello stato di pace, però, riprendono i lineamenti profondi della continuità  una volta passata la contingenza, magari pesantissima, dello stato di guerra.
Si può dire, allora, che il riformismo socialista è l’unica pratica possibile tanto della pace armata che della guerra di posizione. O meglio il riformismo è la cornice necessaria di pratiche molteplici impossibilitate ad uscire da quella cornice.Ed allora, in momenti di crisi acuta ed insieme strutturale, in momenti che necessitano di scelte nette che riguardino, appunto, le ragioni strutturali della crisi, il «riformismo radicale» è l’unica opzione realistica di cambiamento vero.
Credo, però, che al di là  della consonanza della locuzione, nella notte in cui il «centro» e la «sinistra» (con in pancia Vendola), scoprono di avere una «natura identica», nella notte, cioè, in cui tutte le vacche sono nere, anche il «riformismo radicale» evocato da Scalfari non sfugga al destino dell’indistinzione.Elemento necessario di ogni «riformismo radicale» è la «critica radicale». Non a caso Calvino, l’abbiamo visto, metteva la «critica» alla base del giudizio sulla qualità  di una democrazia. E la «critica radicale» non può che trarre linfa conoscitiva reale dal complesso, dal cantiere in continua costruzione/distruzione, delle teorie critiche del capitalismo. Un cantiere che negli ultimi venti anni, con moto accelerato a partire dal 2008, ha prodotto anche elaborazioni di altissimo livello, nelle sfere dell’economia, della sociologia, del pensiero politico.
Il giornalismo maistream, cancella del tutto tale dimensione, non ha considerazione alcuna per quel contesto analitico, e per due ragioni forti.
La prima è relativa al fatto che non esiste, per lo meno in Italia, nessuna forza politica di qualche rilevanza in grado di dare buone gambe al pensiero critico. Solo nella autoreferenzialità  della ricerca accademica o paraccademica il pensiero si valorizza in quanto pensiero.
La seconda è relativa al fatto che quel giornalismo non è interessato all’analisi dei meccanismi profondi per la spiegazione della crisi in atto, bensì ad un progetto politico che non metta in pericolo la sostanza economico-sociale degli attuali equilibri strutturali. Su tali basi il «riformismo radicale» si riduce alla costituzionalizzazione di von Hayek, certo pensatore radicalissimo. ma del paradigma dominante. 
Un «riformismo radicale» rovesciato, dunque, manifestamente generico nel suo enunciato, quindi «menzognero», secondo la fulminante definizione di Italo Calvino.

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