All’Ilva il giorno dei sigilli Il Quirinale: lavoro e salute

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TARANTO — I cartelli sembrano inequivocabili: «Impianto sottoposto a sequestro giudiziario». Li hanno apposti nell’area dei parchi minerali, le collinette di materia prima dell’Ilva, ma hanno riguardato anche gli altri cinque reparti degli stabilimenti tarantini interessati dal provvedimento cautelare della magistratura. E visto che la firma è quella del comandante dei Carabinieri del Noe di Lecce e che fra gli altiforni del colosso siderurgico hanno fatto la loro comparsa anche i custodi amministrativi, i lavoratori hanno temuto il peggio. Il primo passo verso la chiusura è stato in effetti formalmente compiuto. Ma nel provvedimento esecutivo dei pm c’è tutta la cautela che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ieri chiesto alle parti in causa, invitando sì al «pieno rispetto dell’autonomia della magistratura e delle sue valutazioni ai fini dell’applicazione della legge», ma senza dimenticare l’industria e il lavoro, in questo grande dilemma. «Dev’essere perciò possibile — ha detto il capo dello Stato — giungere a soluzioni che garantiscano la continuità  e lo sviluppo dell’attività  in un settore di strategica importanza nazionale e insieme procedere senza ulteriore indugio agli interventi spettanti all’impresa e alle iniziative del governo nazionale e degli enti locali che risultino indispensabili per un pieno adeguamento alle direttive europee e alle norme per la protezione dell’ambiente e la tutela della salute dei cittadini».
Dietro ai vibranti cartelli i magistrati, nel loro provvedimento, usano parole di distensione: «Avviare e perfezionare l’attuazione del sequestro evitando ogni rischio di danno o di pericolo per l’incolumità  delle persone e adottando cautele e procedure necessarie per evitare, se tecnicamente possibile, la distruzione degli impianti…». 
Nessuna trattativa, sia chiaro, ha detto il procuratore Franco Sebastio, ma, insomma, procedere bisogna. «Gli ausiliari tecnici — aggiungono i pm nelle due pagine consegnate ai custodi — valuteranno se sia possibile tecnicamente ridurre in tutto o in parte l’attività  produttiva degli impianti evitando pericoli per l’incolumità  delle persone». 
Precisano che «misure specifiche» dovranno essere prese per i «parchi minerali» e infine traducono il tutto con un’espressione di cui non c’è traccia nei codici ma solo nel clima rovente di Taranto: «Si provvederà  all’apposizione di sigilli virtuali». 
La mossa giudiziaria ha stupito fino a un certo punto Bruno Ferrante, l’ex prefetto di Milano ora presidente dell’Ilva, subentrato da qualche settimana al figlio del patron Nicola Riva: «Non siamo stati colti di sorpresa anche se — ha punzecchiato — non ci aspettavamo questa tempistica. Vedremo quali saranno le loro decisioni nei prossimi giorni ma quanto successo non cambia la nostra voglia di lottare e difenderci in tutte le sedi istituzionali. Diremo chi siamo, cosa abbiamo fatto e rivendicheremo i successi in campo ambientale». 
Con lui c’è un sindacalista come Luigi D’Isabella, segretario della Cgil di Taranto, che rivendica la politica ambientale dell’Ilva: «Un miliardo è stato speso ed è stato ottenuto un sensibile abbattimento delle emissioni di diossina da 8 a 0,2 nanogrammi per metro cubo. Non si può aver fatto tutto questo per nulla». Vive anche lui la difficile scelta fra lavoro e salute. Rimane la manifestazione organizzata dai sindacati per giovedì e guidata dai tre leader di Cgil, Cisl e Uil Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti. Il giorno dopo, appuntamento clou: palazzo di giustizia, il giudice del Riesame deciderà  sui sequestri e, dunque, sul futuro dell’Ilva.


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