Le radici (etimologiche) della protesta

by Sergio Segio | 15 Ottobre 2011 6:55

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Non è per caso che una parola si fa metafora così potente da poter trasportare con sé milioni di persone, e traghettarle da un presente mortificato ad una speranza di futuro in cui il suo contrario, il suo significato originario, non privativo, dignità  , sia la patria in cui a tanta gente piacerebbe vivere, e per cui oggi, qui e subito, ci si impegna. La dignità  è l’attributo che troviamo alla scaturigine della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, il tronco fecondo da cui si dipartono poi tutti gli altri rami che di esso sono gemmazioni. Privare qualcuno della dignità  significa privarlo delle fondamenta dell’essere, negandogli così la fonte dell’eguaglianza. Non è per caso che una parola si fa metafora così potente da poter trasportare con sé milioni di persone, e traghettarle da un presente mortificato ad una speranza di futuro in cui il suo contrario, il suo significato originario, non privativo, dignità , sia la patria in cui a tanta gente piacerebbe vivere, e per cui oggi, qui e subito, ci si impegna. La dignità  è l’attributo che troviamo alla scaturigine della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, il tronco fecondo da cui si dipartono poi tutti gli altri rami che di esso sono gemmazioni. Privare qualcuno della dignità  significa privarlo delle fondamenta dell’essere, negandogli così la fonte dell’eguaglianza.
Indignarsi, allora, significa molto di più che ribellarsi ad una contingenza, ad un momento oscuro della politica, ad una temperie particolarmente mortificante della vita civile di una nazione e dei suoi cittadini. Indignarsi significa riprendere contatto con quel “camminare eretti” di cui parlava Bloch, raddrizzare con un atto di volontà  e di rifiuto la schiena piegata dal fardello dello sconforto e dell’umiliazione, ricongiungersi con la molteplicità  delle vite che vogliono vivere perché hanno diritto di farlo, dignitosamente, in quanto esistono. L’obnubilamento del senso democratico dell’Occidente, di cui il liberismo è la portante sistemica, trova in questo atteggiamento, in questa postura re-esistente, il suo avversario più radicale. L’indignato sa che il peggior nemico della sua dignità  è lo svuotamento di passione civile, che il liberismo ha organizzato sulle macerie di un progressivo scollamento dell’umanità  dal suo stesso esistere.
Indignarsi, dunque, significa dotarsi di un accrescimento di potenza visionaria, di un nuovo metro di misura tra ciò che conta e ciò che va abbandonato, combattuto, contrastato, partendo da se stessi, dal proprio esserci, prima ancora che dall’insieme organizzato che agisce il cambiamento. Si è indignati; uno stato dell’essere, non una ideologia che si può indossare o smettere. Essere finalmente qualcosa, trasformarsi nel profondo, prendere coscienza di sentimenti che diventano posizioni politiche e non viceversa. La coincidenza tra questa idea e la visione femminista del “partire da sé” aggiunge un altro nodo alla modalità  radicalmente nuova di produrre e confrontarsi con un cambiamento epistemologico. Quanto di tutto questo sapremo tramutare in azioni concrete, e quanto efficaci non è dato sapere ancora. Ma la mutazione psichica, la metamorfosi dei simboli fondamentali dell’agire politico è in atto. Forse, di fronte al mondo di oggi, il Grande Timoniere avrebbe detto «indignarsi è giusto».

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