La solita, vecchia, sporca guerra

by Sergio Segio | 27 Agosto 2011 11:26

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I bombardamenti della Nato si sono concentrati ieri su Sirte, la città  ancora controllata dalle forze leali al colonnello Muammar Gheddafi: l’aviazione britannica ha colpito depositi di munizioni e postazioni di missili Scud, dice il ministero della difesa a Londra, in preparazione dell’offensiva dei ribelli che forse oggi cercheranno di entrare nella città  natale di Gheddafi.

A Tripoli però la situazione resta caotica e cominciano a trapelare notizie ben diverse da quelle vittoriose che riempiono i media ormai da una settimana. Giornalisti stranieri sono arrivati nell’ospedale di Abu Selim, quartiere meridionale ancora teatro di combattimenti: Scene di orrore, il corrispondente della Bbc ha trovato circa 200 corpi di pazienti ormai in decomposizione. Altri reporter parlano di corpi pure decomposti per le strade del quartiere. Amnesty international fa appello a «entrambe le parti in conflitto a proteggere i detenuti dalla tortura», che invece sembra praticata in queste ore sia dai lealisti che dai ribelli. Ci sono foto di cadaveri, per le strade, con le mani legate dietro la schiena: esecuzioni sommarie, chiunque le abbia compiute. La presa di Tripoli ci era stata descritta come una marcia trionfale: invece, ecco che emerge la solita, vecchia, sporca realtà  della guerra.
Riflettori sulla Sirte
Intorno alla mezzanotte tra giovedì e venerdì i Tornado britannici hanno cominciato a sparare missili di precisione Storm Shadow su una postazione bunkerizzata del regime nella città  di Sirte, annunciava ieri il ministero della difesa britannico. Il ministro della difesa Liam Fox ha negato che la Nato stia mirando al raìs: «Non è questione di trovare Gheddafi» ma di «assicurarci che il regime non abbia un centro di comando e controllo alternativo», dopo che quello di Tripoli è stato distrutto. Un ex diplomatico britannico, Craig Murray, si è spinto a dire che il bombardamento su sirte è «l’apoteosi dell’intervento liberale».
Le bombe dovrebbero preludere all’attacco di terra. Ieri unità  ribelli si stavano ammassando a Misurata per muovere su Sirte.
A Tripoli, per il quinto giorno ieri le tv internazionali hanno riferito che i ribelli hanno «quasi» preso il controllo completo della città . I combattimenti però continuano in almeno una zona, quella meridionale di Abu Selim. E probabilmente anche appena più a nord, attorno all’aeroporto internazionale su cui pare continui a piovere il fuoco dell’artiglieria lealista. Amnesty international, che parla di eccessi e abusi commessi da entrambe le parti, ha raccolto prove che le forze leali a Gheddafi hanno ucciso numerosi detenuto in due campi militari a Tripoli tra il 23 e il 24 agosto.
Notizie di combattimenti sono giunte inoltre da Ras Jdir, centro costiero verso il confine con la Tunisia, dove ribelli e forze filo-Gheddafi combattono per il controllo del posto di frontiera. Le autorità  tunisine dicono che l’esercito ha chiuso il passaggio, un importante punto di transito per aiuti umanitari diretti in Libia (e per sfollati di guerra che cercano di fuggirne).
Ovviamente continua anche la caccia al colonnello Gheddafi. Ieri un esponente del Comitato nazionale di transizione (Cnt) ha affermato che il raìs si trova a Tripoli, insieme al suo stretto entourage, e che è ormai circondato dai ribelli. «E’ ormai assediato», ha detto alla reuter Mohammed al-Alagi, «ministro della giustizia» del Cnt (ma in realtà  un gabinetto di governo al momento non esiste, sia pure provvisorio). Altri leader ribelli hanno detto in questi giorni che Gheddafi è circontato a Abu Selim: finora nessuna possibile conferma. Al-Alagi, un avvocato, ha spiegato alla reuter di essere giunto a Tripoli per instaurare la nuova «autorità  legale». Ma su questo fronte la situazione resta assai confusa; il trasferimento formale del Cnt da Bengasi a Tripoli viene continuamente annunciato come imminente ma non è ancora avvenuto.
La diplomazia al lavoro
In attesa della definizione delle cose sul terreno, la diplomazia internazionale è in sommovimento. In primo luogo, c’è un problema di soldi: un governo provvisorio ha bisogno di cash, liquidi, e in attesa che torni ad affluire la ricchezza del petrolio – e che le Nazioni unite revochino l’embargo imposto lo scorso marzo sulla Libia – il Cnt è in ristrettezze. Così Londra sta considerando di sbloccare parte dei beni libici (stimato a 12 miliardi di sterline, o 14 miliardi di euro), attualmente in Gran Bretagna. Washington, Londra e Parigi stanno studiando una risoluzione che permetta di sbloccare circa 100 miliardi di dollari di beni libici – potrebbe essere per la prossima settimana.
per questo è ovviamente necessario che il Consiglio transitorio dei ribelli venga riconosciuto come il legittimo rappresentante della nazione libica. Oltre 40 stati lo hanno già  fatto, tra cui molte delle potenze occidentali, e negli ultimi giorni si sono aggiunti i riconoscimenti della Turchia (che pure si era detta contraria all’intervento della Nato), della Lega Araba e dell’Egitto. Ma non quello dell’Unione africana: proprio ieri l’organizzazione degli stati africani ha riunito a Addis Abeba il suo «consiglio di pace e sicurezza», di cui fanno parte 15 paesi. L’Unione africana, organismo fortemente spinto da Gheddafi e nato nel ’99 durante un vertice in Libia, aveva proposto una «road map» per il cambio di dirigenza in Libia e il presidente sudafricano Jacob Zuma è andato due volte di persona a Tripoli per sostenerla – ignorato dall’occidente. Ieri dunque l’Unione africana ha deciso che il riconoscimento sarebbe prematuro, «mentre sono ancora in corso combattimenti»; nel suo comunicato fa appello a un governo di transizione in cui siano inclusi elementi del regime di Gheddafi.

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