La missione del centrosinistra

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La crisi del centrodestra appare indubbiamente al suo culmine ma non è la prima volta che questo accade. Non è la prima volta che il suo ciclo appare al tramonto.

Come in passato, dunque, la partita non si gioca solo sulla profondità di quella crisi ma anche sulla capacità o meno dell´opposizione di offrire alternative credibili. Di delineare un´idea di futuro. Di convincere realmente e concretamente gli elettori che non saranno ripetuti gli errori compiuti troppo spesso in precedenza. Questo è il nodo decisivo, e per comprenderlo è sufficiente ricordare l´alternarsi di centrodestra e di centrosinistra cui abbiamo assistito negli ultimi quindici anni.
Non fu di breve durata l´appannarsi della stella di Berlusconi dopo la folgorante ascesa del 1994 e la successiva, immediata caduta. A rimetterlo in sella, e a permettergli la nuova affermazione del 2001, contribuirono soprattutto inadeguatezze e limiti del centrosinistra, emersi in piena luce dopo la caduta del primo governo Prodi ma non assenti neppure prima: in primo luogo il ripresentarsi di vecchi e pessimi riti della "prima repubblica", per usare il linguaggio di allora. Anche dopo il 2001, però, l´indiscussa egemonia del Cavaliere non durò a lungo, e le analogie con l´oggi non sono poche.
Anche allora i miracoli promessi, il "contratto con gli italiani" e le grandi opere disegnate con il pennarello nel salotto di Bruno Vespa scolorirono presto, lasciando pieno campo alla priorità assoluta degli interessi del premier, dei suoi processi e della sua azienda. A evocare il "già visto" basta scorrere le cronache dei primi due anni, se non dei primi mesi, della legislatura che si aprì nel 2001: intralci alle rogatorie internazionali; depenalizzazione del falso in bilancio; legge Cirami sul legittimo sospetto; lodo Schifani per sospendere i processi contro il premier (poi bocciato dalla Corte Costituzionale e ripreso in questa legislatura dal lodo Alfano, bocciato anch´esso). Infine la legge Gasparri sul sistema televisivo, rinviata alla Camera da Carlo Azeglio Ciampi, e i pesantissimi interventi sulla Rai. Questa fu anche allora, insomma, la "politica del fare", mentre Giulio Tremonti inventava la "finanza creativa", arricchita da molteplici condoni, per mascherare l´inadempienza degli impegni assunti dal premier in campagna elettorale.
Alla metà di quel mandato, nell´estate del 2004, queste e altre tensioni portarono a una crisi di governo seria, che si ricompose solo all´apparenza con il suo frutto più appariscente ed effimero, l´estromissione di Tremonti dalla compagine governativa. Emersero chiaramente allora, in realtà, i processi che stavano incrinando la sottomissione - più che la fedeltà - al premier di Pier Ferdinando Casini e di Gianfranco Fini. Anche in quella legislatura, infine, il centrosinistra non era stato decisivo e tempestivo nell´incalzare il governo ma era apparso smarrito e confuso oltre il lecito, dopo la sconfitta del 2001. Gli stimoli ad una ripresa dell´iniziativa vennero in qualche modo "dall´esterno", e talora in polemica con la sua inerzia: dal movimento dei girotondi e da altre iniziative che avevano radici nella società civile sino alla mobilitazione sindacale in difesa dello Statuto dei lavoratori. Si profilò così prima del previsto la possibilità di una rivincita, annunciata nella seconda parte della legislatura da diverse tornate elettorali: e già allora alcuni giornali del centrodestra iniziarono a parlare di "maggioranza logorata e lisa" e di "crisi del berlusconismo".
Fu un errore decisivo non porre allora al centro della proposta del centrosinistra una riflessione seria sugli errori del passato: da un lato la carenza di un profilo programmatico chiaro, in grado di delineare un orizzonte di regole e di equità sociale; dall´altro l´incapacità di dar corpo a quel rinnovamento radicale delle modalità della politica che la crisi della "repubblica dei partiti" aveva posto all´ordine del giorno. Proprio quella incapacità aveva lasciato libero campo al "rinnovamento" berlusconiano, intriso di populismo, illusionismo e antipolitica. Questi limiti complessivi condizionarono profondamente già la campagna elettorale del centrosinistra del 2006 - portando a un risultato inferiore al previsto - e poi la sua nuova, contraddittoria e balbettante esperienza di governo: un´esperienza che ripropose le peggiori, rissose liturgie del passato e da esse fu rapidamente affossata. Due anni fa Berlusconi tornò dunque al trionfo grazie agli errori compiuti dal centrosinistra più che alla propria capacità, ormai sbiadita, di evocare miracoli. In altri termini, per rovesciare quell´esito il centrosinistra deve in primo luogo porre le basi per un rinnovamento reale, creare le condizioni per non ripetere i propri errori. Deve riflettere a fondo sull´incapacità dimostrata sin qui nel rivolgersi alle molte realtà del paese, alle sue paure antiche e alle sue inquietudini più recenti, alle nuove forme di povertà e di insicurezza e alla crisi di settori non marginali dell´Italia produttiva. E deve proporre al tempo stesso indicazioni e pratiche di "buona politica" a un paese che alle ultime elezioni regionali ha visto l´astensionismo superare di slancio ogni soglia precedente. In questo quadro si colloca anche l´esigenza di una leadership realmente autorevole, non prigioniera dei resti sempre più esangui e logori della "partitocrazia" ma capace di imporsi anche alle vecchie logiche.
Questi sono i nodi che i mesi e gli anni scorsi hanno fatto emergere con forza, e l´importanza della posta in gioco rende urgente iniziare a sciogliergli in maniera chiara. Purtroppo il centrosinistra non sembra esserne pienamente consapevole, quasi confidasse ancora in appartenenze e rendite di posizione erose da tempo.

 

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