La sfida finale nelle mani di chi protesta

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Sembra inevitabile che la crisi del debito travolga ad uno ad uno i governi europei (ultima vittima, l'Olanda) e favorisca ricambio di leader e alternativa politica. I risultati del primo turno delle presidenziali lasciano prevedere che anche la Francia non sfuggirà a questo destino. Il socialista François Hollande sopravanza il presidente uscente Nicolas Sarkozy. L'immagine del sorpasso ha il peso di uno schiaffo politico e conferma la tendenza radiografata nei sondaggi. In teoria, lo scarto non è irrecuperabile nelle due settimane che precedono la sfida finale: «contatori» azzerati, tempo di parola diviso in parti uguali, confronto fra programmi sono elementi su cui fa leva un uomo abituato al combattimento e mai rassegnato, quale è Sarkozy. Ma è l'aritmetica dei rapporti di forza a rendere probabile il tramonto della sua stagione controversa, piena di errori, speranze mancate e risultati oscurati dalla crisi. Il giovane leader che voleva rinnovare il gollismo e trasformare il modello francese rischia di essere ricordato per aver consegnato la Francia intera alla «gauche» (dai Comuni all'Eliseo) e risvegliato in modo esponenziale la galassia dell'estremismo, dell'antipolitica, del rifiuto di tutto: delle riforme avviate e di quelle necessarie al risanamento dello Stato.
Lo sfidante Hollande è riuscito a compiere un piccolo capolavoro: tenere insieme riformismo e rivoluzione, la Francia protetta dell'impiego pubblico e la Francia libertaria, il rigetto del sarkozysmo e la paura dell'austerità economica, rassegnazione e rivolta. Trent'anni dopo Mitterrand, la sinistra potrebbe tornare al potere — con un altro François — in una società a maggioranza conservatrice. La scommessa è trasformare il capolavoro in una certezza e in un progetto sostenibile: per la Francia e per l'Europa che guarda con qualche apprensione a Parigi.
Da oggi, Sarkozy e Hollande dovranno mantenere la mobilitazione del proprio campo, evitare il rischio bivalente della rassegnazione e del trionfalismo, e conquistare il massimo possibile di francesi che ieri non hanno votato per loro. E in questa sfida all'ultimo voto, il risultato ottenuto dagli altri candidati offre molti spunti di riflessione sul comportamento di un elettorato da stamane in libera uscita.
Il sistema bipolare si è diviso in blocchi. I due finalisti ottengono insieme poco più della metà dei voti. Dalle urne escono cinque candidati con sostegno a due cifre. Sono dati che rimettono prepotentemente al centro della battaglia presidenziale il gioco delle alleanze e offrono ancora margini d'incertezza sull'esito finale: estrema destra ed estrema sinistra totalizzano un terzo dei voti espressi. Il centrista François Bayrou supera il 9 per cento e verrà corteggiato da entrambi gli schieramenti senza essere l'ago della bilancia, poiché l'ultimo duello sarà condizionato soprattutto dagli umori dell'estremismo.
Quello giacobino-comunista di Jean-Luc Mélanchon, meno importante del previsto, è compatto nell'antisarkozysmo e annuncia il sostegno in massa di Hollande. Non potrà dettare condizioni per l'alleanza, ma risulterà decisivo per portare la sinistra alla maggioranza assoluta all'Assemblea nazionale.
Quello xenofobo e populista di Marine Le Pen è anche un voto protestatario, di profonda e ideologica antipatia per il presidente uscente, tentato dall'astensionismo al secondo turno e nella sua componente popolare persino incline a rifluire a sinistra. È un risultato eccezionale — la terza forza del Paese — che complica la strategia di recupero di Sarkozy, anche perché Marine Le Pen non darà indicazioni di voto. Ha solo 44 anni, ha tutto l'interesse a non disperdere una grande forza d'opposizione e una nuova prospettiva: la frattura dell'elettorato di destra in blocchi con culture e valori in gran parte antitetici.
Il successo del Fronte conferma il malessere della Francia, in parte mitigato dall'alta partecipazione al voto. E resta un problema in più per il prossimo inquilino dell'Eliseo.

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